Il Gran Zebrù è una montagna che lascia il segno. Bella da vedere, ma ancora più bella da vivere. È una di quelle salite che ti portano lontano da tutto: neve sotto i piedi, silenzio attorno, panorami che cambiano a ogni passo. Si parte presto, quando il mondo è ancora fermo, e si sale in un ambiente che ti riempie gli occhi e svuota la testa. Salendo, il respiro si fa più profondo, il ritmo si trova da solo, e senza accorgertene sei lassù — sulla vetta — circondato da montagne infinite. Non è solo una cima da raggiungere, è una giornata che ti resta dentro. Una di quelle che poi racconti volentieri, con un sorriso.
Ritrovo a Santa Caterina, trasferimento al parcheggio dei Forni (~2 100 m), salita al Rifugio Pizzini (2 700 m), dove passiamo la prima notte.
Il giorno dopo partenza all’alba sulla morena verso la vedretta del Gran Zebrù. Qui si mettono ramponi e piccozza prima di affrontare il glacier: pendii iniziali su neve, poi il celebre ‘Collo di Bottiglia’ — un canalino ripido fino a 50° — da salire in conserva per sicurezza. Arriviamo alla spalla, da cui inizia la cresta sud-est su neve compatta ed esposta, fino alla grande croce di vetta. Discesa lungo la via di salita.
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